L’uso della virgola con la “e”

In La Scrittura by Hagar Lane

Questo dilemma assilla molti scrittori in erba: Si può scrivere la “e” congiunzione subito dopo la virgola? Sveliamo l’arcano mistero.

Diciamo, prima di tutto, che le regole sulla scrittura sono diverse per i vari generi letterari. Non parlo delle regole dell’Accademia della Crusca, ma di quelle che si creano nel tempo spontaneamente e che alla lunga finiscono sempre per essere accettate dalla stessa Accademia della Crusca.

Il contrario, invece, non accade mai, nel senso che uno scrittore non si lascia ingabbiare da niente e da nessuno, perché, molto semplicemente, sa di avere come mandato anche quello di contribuire col suo lavoro all’evoluzione della lingua, che è un essere vivente.

Ecco che possiamo parlare della “e” che segue una virgola, come possiamo parlare del “;”, che ritengo star andando sempre più in disuso, quantomeno nei romanzi. La punteggiatura, infatti, è usata in modo completamente diverso nella poesia, nei romanzi, nei saggi e, ancor di più, nei documenti tecnici e nelle tesi e ricerche scientifiche.

Pensiamo, giusto per inquadrare bene la faccenda, ai punti elenco, ad esempio, che abbondano nei documenti tecnici/scientifici e in quelli giuridici, ma che sono assenti nei romanzi e nei poemi. Pensiamo, per fare un altro esempio chiaro a tutti, agli “a capo” che vengono usati in poesia al posto delle virgole.

Le regole sulla scrittura sono, cioè, un grande insieme suddivisibile in tanti sottoinsiemi che si intersecano fra loro, ma i cui confini sono labili, perché tante parole vanno in disuso nel tempo (muoiono), di nuove ne nascono continuamente, e analogo discorso può essere fatto per la punteggiatura. Non solo! Nascono nel tempo nuovi generi letterari, che si distinguono da quelli esistenti nel contenuto e nello stile, cioè utilizzano un nuovo sottoinsieme di parole e regole particolari che li caratterizzano. Ricordiamo che forma e contenuto viaggiano sempre insieme, anzi, per essere precisi, è la forma che da origine al contenuto, pertanto ortografia e sintassi devono essere necessariamente delle entità mobili perché il contenuto che si genera sia diverso dal solito, o tutti noi potremmo essere costretti a scrivere poemi e romanzi come le case farmaceutiche scrivono i bigini dei farmaci o le aziende redigono i manuali dei loro elettrodomestici. Anche i bigini e i manuali delle istruzioni, infatti, sono due sottoinsiemi ben precisi del grande mondo della scrittura.

Pensiamo ai romanzi storici (non saggi storici), ai fantasy-storici e ai romanzi di fantascienza. Ebbene, in questi tre particolari generi letterari accade una cosa particolare e, per certi versi, magica. I primi due, infatti – romanzi storici e fantasy-storici – usano anche parole che non esistono più nell’epoca contemporanea, ma esistevano un tempo, e anche e soprattutto grazie all’uso di quelle parole fanno calare il lettore in un’epoca antica, vecchia di secoli o millenni. Il terzo tipo – romanzi di fantascienza – usano, invece, anche parole nuove, che non esistevano in passato e non esistono attualmente, ed è anche grazie a quelle nuove parole che conducono il lettore in un mondo futuristico molto lontano dal nostro, di cento o cinquecento anni più avanti rispetto all’epoca nella quale viviamo.

Basterebbe ciò che ho detto fin qui per capire che più uno scrittore si concede ampi margini di libertà nella scrittura, in tutti i sensi, e più può mirare a creare un’opera che i lettori o i posteri definiranno “originale”, che è una delle ambizioni che accomuna tutti gli scrittori.

Si è sempre detto (legiferato) che la “e” e la virgola sono sinonimi, pertanto o usi una o usi l’altra. In realtà gli scrittori nel tempo – e io con loro – si sono accorti che questa regola era errata, per un semplice motivo: quando scrivi un romanzo sai di star facendo qualcosa che va molto oltre il mero rispetto dell’ortografia e della sintassi.

Sono molto favorevole all’uso della “e” dopo la virgola, nel senso che tante volte le metto insieme e tante altre no. Qual è la discriminante? Dipende da tre fattori, per me:

  1. Quanto è lunga la frase che ho scritto, perché deve rispettare il respiro di un lettore medio.
  2. Se sto scrivendo come voce narrante o un dialogo.
  3. Il ritmo che voglio dare alla frase.

Quando la “e” viene messa in sostituzione della virgola sappiamo tutti che istintivamente non facciamo una pausa durante la lettura. È la virgola che inconsciamente convertiamo in una breve pausa nella lettura. Ecco che in un dialogo accade spessissimo – basti pensare a come parliamo normalmente – che durante il nostro discorso facciamo una pausa riflessiva, e poi continuiamo a parlare iniziando con la “e”, perché stiamo proseguendo un discorso che non era terminato. La scrittura deve poter rappresentare questo modo comunissimo di parlare, e lo fa proprio grazie all’uso della “e” che segue la virgola.

Discorso altrettanto importante è quello che riguarda il ritmo: con la punteggiatura che usiamo determiniamo un ben preciso ritmo, che contribuisce a trasmettere le emozioni volute. Tali emozioni non si trasmettono solo con una oculata scelta delle parole (sinonimi), ma anche con l’utilizzo di una punteggiatura piuttosto che un’altra, ben scelta in ogni parte della storia che scriviamo.

Per trasmettere la noia, la tristezza, la paura, la rabbia, l’odio, etc. si può farlo solo creando un connubio perfetto fra parole e punteggiatura che si utilizza, e lo stesso dicasi per un ritmo incalzante o carico di suspance.

Ecco che il mondo della scrittura, di cui la punteggiatura fa parte integrante, tiene conto, per chi scrive, di qualcosa di molto più importante delle regole dell’Accademia della Crusca: tiene conto del ritmo, del modo di parlare delle persone e delle emozioni che si vuol trasmettere.