Il Lavoro: dall’età dell’Oro all’età del Ferro

In La Voce di Hagar by Hagar Lane

La prima osservazione che mi viene da fare sul lavoro è che Gesù non lavorava. E nemmeno Buddha! I cosiddetti nobili, poi, manco a parlarne. E gli artisti… si sono mai fermati nella loro azione creatrice sebbene vivessero quasi sempre in miseria? No, perché è evidente che non facevano della loro arte un lavoro, non necessariamente. E persino il Vangelo recita che gli uccelli non seminano e non raccolgono, però hanno ogni giorno di che nutrirsi.

Parlando degli animali, tra l’altro, si commette l’errore di parlare, ad esempio, delle “api operaie”, dove ognuna ha un compito lavorativo ben preciso, con anche le promozioni di livello (mansione), perché da “pulitrici di cellette” passano nel tempo a diventare “api raccoglitrici di polline”.

Questo era vero fino a che gli scienziati hanno capito che una colonia di api non era da intendersi come formata da tanti individui – da cui il paragone con un’azienda di lavoratori umani – bensì ogni ape rappresentava una cellula di un organo, i vari gruppi di api, divisi per mansioni differenti, costituivano un organo e, dulcis in fundo, un intero alveare rappresentava un solo individuo. Fu così che si comprese che il paragone corretto da farsi era fra api e singola persona, pertanto il concetto di “lavoro” cadeva.

Non possiamo, infatti, intendere il battito del nostro cuore come lavoro, né tutto quanto avviene nel nostro corpo ad opera dei nostri organi, ma come “cooperazione armonica, funzionale alla vita stessa”.

Poi la Fisica Quantistica ha compreso, e Jung prima degli scienziati, che persino noi siamo cellule di un unico organismo universale, ed ecco che il confronto con le api diventa “illuminato”, non saprei come altro definirlo. Non solo! Si studiano oggi le api perché si è capito che la loro comunicazione avviene a livello inconscio a tempo zero, come si è capito avvenire fra noi umani. E forse le api sono un simbolo chiarificatore di tutti i segreti della vita a questo mondo, non fosse altro che per il fatto che sterminate le api… la nostra sopravvivenza sul pianeta si ridurrebbe a circa 5 anni.

Tornando a noi, ma intesi come cellule di un unico organismo al pari delle api, quando cellule del nostro organismo iniziano a competere fra loro… ecco che sorge il tumore. Il tumore è il proliferare sregolato di cellule all’interno di un organo, ma di per sé non causerebbe la morte. Il tumore, o meglio ancora il cancro, porta alla morte quando quelle cellule sregolate si spostano in altri organi del nostro corpo – metastasi – come invasori di campo, come cavallette che distruggono i campi. E da lì si crea la morte dell’intero organismo.

Si sarà capito che io ritengo che l’essere umano, per sua stessa natura, non è fatto per lavorare. La società organizzata in modo competitivo – individualmente e per gruppi – ha creato il lavoro, ma questa è cosa ben diversa dal dire che l’uomo è fatto per lavorare o che il lavoro lo nobilita. Lo nobilita agli occhi della società, forse, ma non a quelli di Dio e di se stesso, nel momento in cui capisce che proprio togliendo il lavoro emerge la sua vera natura.

Noi siamo esseri animali e spirituali insieme, pertanto è fondamentale anche vivere ben radicati nella società nella quale ci troviamo. Sono assolutamente d’accordo con questo. Ma cosa accade? Accade che in questa società sempre meno si può parlare di lavoro, inteso come cooperazione, come fonte di sostentamento (i soldi sono energia), e cioè come qualcosa che permette all’individuo di usare denaro e tempo libero per vivere da umano, alla ricerca della sua piena realizzazione, di umano, non di lavoratore!

Se penso a immense masse di persone che hanno perso il lavoro perché sostituite da robot, che non prendono ferie, malattie, non versano contributi e non vanno in pensione, posso parlare di una società dove ancora è il lavoro a dare dignità all’uomo? Diamo sempre più dignità ai robot, che non la necessitano, e riduciamo gli umani a dei pezzi di ferro che non necessitano più di dignità? Delle due, l’una. Un uomo che viene ridotto alla stregua di un oggetto, al punto che tutto ciò che rappresenta viene buttato via e sostituito da pezzi di ferro (robot), cosa conserva della sua umanità nel momento in cui sappiamo di essere creature relazionali, e cioè che privati delle relazioni sociali si ammaliamo e muoriamo?

[Specifico: lo sviluppo tecnologico è sano solo quando si contempla nelle leggi il salto di ruolo degli esseri umani nella società, e non la loro mera sostituzione con le macchine. Intendo dire che non si possono sostituire le persone con le macchine e mettere un punto alla faccenda. Non esistono leggi, tra l’altro, che hanno trattato non solo il fenomeno dei robot, ma nemmeno la regolamentazione di aziende gigantesche online come Facebook, Amazon e Google, e che pagano, non ho mai capito perché, solo il 5% di tasse, ossia quanto pagano i cittadini dell’Arabia Saudita. E infatti i proprietari di tali aziende sono diventati più ricchi degli sceicchi. Questi vuoti normativi hanno fatto sì che si arrivasse dove siamo arrivati. Se le macchine sostituiscono sempre più il lavoro di immense masse di persone è fondamentale legiferare due cose:

  1. Come dichiarato addirittura da Bill Gates: bisogna tassare i robot.
  2. Creare un reddito di cittadinanza universale, uguale per tutti, perché è evidente che nel giro di 10 anni mancherà il lavoro vero per la maggior parte delle persone. Dico questo perché già esistono aziende interamente robotizzate, robot che leggono il telegiornale, robot cuochi e camerieri, robot chirurghi, etc.]

Torno ai lavoratori, che lavoratori non sono, perché se penso ai nuovi lavoratori poveri, che lavorano 12 ore al giorno per portare a casa 800 € al mese, posso ancora definire ciò “lavoro”? Io non posso, giacché ho dichiarato prima chiaramente cosa sia il lavoro per me: qualcosa di funzionale alla mia piena realizzazione come essere umano. Non credo che questa massa immensa di lavoratori-poveri abbia il tempo e la possibilità alle 9 di sera di pensare alla sua realizzazione umana, perché sono stanchi morti e si sbattono la testa al muro giacché la loro macchina si è rotta e non hanno i soldi per comprarne un’altra, o devono pensare a come stringere la cinghia ancora di più per comprare i nuovi occhiali al proprio figlio.

Il cancro diventa, in questi casi, simbolicamente parlando, costituito da coloro che di quella schiavitù si arricchiscono a dismisura, chiamandola “legge di mercato” o “logica competitiva”. In realtà sono cellule impazzite che stanno invadendo e mangiando l’energia vitale (il cancro è ghiotto di zucchero, che simbolicamente rappresenta l’energia) di interi organi, masse di persone. Perché parlo ancora di organi e di cancro ad opera di quei soggetti impazziti dell’alta finanza e dei vertici istituzionali anche europei? In Europa non vige la regola della cooperazione, se non con riferimento allo scambio di merci, alla delocalizzazione delle imprese laddove la manodopera costa meno e alla trasformazione del lavoro in schiavitù di massa, da cui l’esigenza di importare milioni di schiavi dall’Africa, che genereranno altri milioni di schiavi occidentali. Non vige la regola della cooperazione perché quando la Grecia ha avuto bisogno di aiuto, l’Europa non l’ha aiutata, bensì l’ha ridotta in miseria. Ecco che qualcuno dovrebbe spiegarmi che senso ha il MES se nel momento del bisogno si ricevono solo altri finanziamenti e con interessi elevatissimi, cioè non si riceve “aiuto”, se per aiuto s’intende ciò che tutti noi abbiamo sempre inteso con quella parola. Inoltre il prezzo da pagare comprende la rinuncia al potere legislativo – caposaldo della sovranità di un popolo – giacché sarà la BCE a dettare l’agenda politica di quel Paese.

Che fare in questi casi? Non c’è una risposta che vada bene per tutti, ovviamente, giacché non mi metto nei panni di chi è uno schiavo, ha due bambini da crescere, e la moglie, magari, è stata licenziata proprio quando è rimasta incinta del secondo bambino, perché l’abolizione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori recita anche questo: io posso licenziarti senza giusta causa, anche perché sei rimasta incinta, e al massimo ti darò un misero rimborso stabilito da un giudice, se mi fai causa, o nemmeno quello ti devo, giacché non ho alcun obbligo di tenerti al lavoro.

Ecco che se il concetto di lavoro non è più fondato sul principio sano (salubre, vitale) di cooperazione, non è più di per se stesso intendibile come “lavoro”. Non si può più, per me, parlare di lavoro se mi ammalo e vengo licenziata, resto incinta e vengo licenziata, non accetto le avance del capo e vengo licenziata, l’avidità dell’imprenditore lo porta a delocalizzare l’azienda e vengo licenziata, e così via dicendo.

Che cosa è rimasto del rispetto dovutomi come essere umano? Del mio diritto ad ammalarmi, a fare un figlio, a non diventare donna-merce sessuale per uomini di potere pur di non perdere il lavoro? Accettare tutto ciò è, per me, accettare che io non sono un essere umano.

Tutto ciò che sta avvenendo oggi a livello sociale segue in modo impressionante il modus operandi del cancro, dove il cancro non è rappresentato dai popoli, ovviamente, ma da quell’1% di popolazione mondiale che detiene una ricchezza pari alla metà di tutti gli Stati poveri del mondo messi insieme. Non so se è chiaro il concetto.

Per parlare di lavoro è fondamentale che i principi della Costituzione vengano rispettati, ma non lo sono più.

Quando il popolo arriverà allo stremo delle forze… beh, la storia insegna: il popolo alla fine vince sempre. Ci basti questa certezza al momento, giacché nessuno degli attuali partiti vuol cambiare il sistema, andando oltre il Neoliberismo imperante, e altre il Sovranismo nascente, che sono, per me, due cancri terrificanti entrambi: uno al cervello e l’altro al cuore.

Vostra, Hagar

P.S. Vi lascio il link ad un bellissimo video di Alessandro Barbero, nel quale spiega come Esiodo la pensasse come me sul concetto di “essere umano e lavoro”. Spiega anche il passaggio dall’età dell’oro all’età del ferro. Oggi siamo, evidentemente, in piena età del ferro, dove l’uomo deve faticare e nel mondo regnano violenza e ingiustizia ai massimi livelli.