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In Il 71esimo senso, Liber Novus by Hagar Lane

Miei cari lettori, grazie per le email che mi avete inviato per sincerarvi che stessi bene. In tempo di coronavirus la domanda “Come stai?” sta riacquistando smalto, smettendo di essere sempre più equivalente all’inglese “How do you do?”, dove l’altro non ti risponde raccontandoti come sta, ma con un insensato eco: “How do you do?”.

Sto bene e spero lo stesso per tutti voi, perché il Covid-19 impone una morte in totale solitudine e questo fa di essa una malattia terribile, che sta scuotendo tutti fin dentro le viscere.

Non aggiorno il Blog da tempo solo perché sto lavorando giorno e notte alla stesura della prima parte del mio saggio, “Il 71esimo senso: La Torre”. Alla fine sarà una trilogia che credo lascerà tanti a bocca aperta, perché sta lasciando a bocca aperta me per prima. Ho caricato il nuovo Incipit nel sito, ampliato e riorganizzato. Chi vuole può leggerlo cliccando QUI.

Sono andata molto avanti con la scrittura, e ogni capitolo appare davvero come una miniera ricca di pepite d’oro che ti spingono a leggere con voracità. Sono certa di questo perché me l’ha detto mia sorella, che è una molto pratica nella vita, alla quale non interessava fino a ieri una benemerita cippa di argomenti come il Viaggio dell’Eroe, il Tarot, l’Albero della Vita, l’Alfabeto Ebraico, gli Scacchi, la Kabalah, la Ghematria e la Simbologia tutta. Ha letto i primi capitoli e mi ha detto che sono interessantissimi, svelano un mondo sconosciuto ai più (a lei per prima), ma incredibilmente affascinante.

Sto scrivendo questo saggio come tempo fa ho scritto Cavalier Hak, con l’intento di donare, a me prima ancora che ai miei lettori, degli stimoli mentali capaci di scuotere la mente e far vibrare forte il cuore.

Per me “essere una scrittrice” significa che ogni parola che scrivo dev’essere frutto di grandi studi e profonde riflessioni, per scavalcare i confini, andare oltre il già detto, nella forma e nel contenuto, e questo vale sia per i romanzi che per i saggi. È, questa, una regola molto rigida che mi sono imposta,  sulla quale non transigo, anche perché non saprei fare diversamente. Essere un ingegnere elettronico, specialista in reengineering dei processi aziendali e progettazione di basi dati complesse per applicazioni industriali, porta alla conseguenza che ogni cosa che si fa, anche scrivere un libro, venga vista come un progetto che deve possedere caratteristiche ben precise per esser definito tale ed esser, quindi, offerto agli altri: solidità, essenzialità (non ridondanza dei dati), innovazione, semplicità per l’utente finale che si ottiene, però, da un’invisibile complessità nel trattamento dei dati e, soprattutto, utilità per la società.

Questa è una mia deformazione professionale, maturata lavorando in Siemens, dove non si immetteva nel mercato una nuova release dell’OMC, l’apparato del quale ero responsabile per manutenzione e assistenza tecnica, se non superava a pieni voti le PVV in laboratorio e le PQR in campo. Poco importava alla grande Siemens se ritardava di qualche mese la fatturazione ai clienti, perché davvero lei, prima ancora che i clienti, pretendeva l’eccellenza anche nelle virgole presenti nei manuali dei propri apparati. Ai tedeschi possiamo dire quello che vogliamo, ma in quanto a organizzazione aziendale, meritocrazia e qualità sono i migliori al mondo, e questo detto da me, che di aziende ne ha conosciute un bel po’, da vicino e da lontano.

Torno a lavoro, amici miei. Sappiate solo che ci sono sempre, perciò continuate pure a scrivermi in privato e io vi risponderò con grande gioia. Prometto che finita la stesura del Libro Primo del saggio, tornerò a scrivere nel Blog come prima e più di prima.

A presto!

Vostra, Hagar