Rogoredo – La ragazza del bosco

In Recensito da me by Hagar Lane

Pochi giorni fa mi è apparso a video questo libro, ROGOREDEO – La ragazza del bosco. L’ho sbirciato col mio abbonamento Kindle Unlimited e subito ho deciso di leggerlo e recensirlo nel mio blog.

Il romanzo è l’opera prima di uno scrittore indipendente, Michele Agosteo, che di mestiere fa il disegnatore e creatore di giochi. Click sull’immagine di copertina per andare allo store di Amazon.

Prima di tutto dico perché ho deciso di leggerlo. I motivi sono tre:

1. Amo leggere libri con capitoli brevi o brevissimi, perché sono quasi sempre fortemente “visivi”, come le scene di un film, e quelle ricalcano, infatti, per stile e durata. Io scrivo così e, chiaramente, non posso che apprezzare quello stile di scrittura. Inoltre, chi scrive usando la struttura narrativa a capitoli brevi è uno che necessariamente va dritto alla sostanza, ti offre l’essenza e zero fuffa.

2. Perché ci sono libri scritti da autori indipendenti che non hanno nulla da invidiare a nessuno con riferimento al corretto uso della lingua italiana e a tutto il resto. Questo, per me, è uno di quei libri che non ha nulla da invidiare a nessuno.

3. Perché l’autore tratta il tema della droga, sottolineando che non è un tossicodipendente, ma la storia che narra è una storia vera.

Quarta di Copertina

In questo breve romanzo l’autore accompagna il lettore nel mondo della tossicodipendenza, riuscendo a descrivere non solo i luoghi, le figure e le problematiche, ma anche le fragilità più nascoste di chi, vivendo nella tossicodipendenza, teme il giudizio, si vergogna del suo stato e cerca di mostrarsi anche per quello che non riesce ad essere. In particolare, la protagonista della vicenda non è solo la giovane che frequenta il bosco della droga mischiandosi a loschi figuri, ma anche la ventenne che desidera avere un aspetto curato e delicato che ogni giovane donna vorrebbe avere.
Una storia ambientata nei pressi del Bosco della droga di Rogoredo a Milano. Una delle più grandi aree di spaccio d’Italia.

RECENSIONE

Ci sono molti modi per narrare storie raccapriccianti, di guerra, violenza, ingiustizia o droga, come nel caso di Rogoredo – La ragazza del bosco. Descrivere la paura, il dolore e la violenza usando a propria volta parole intrise di paura, dolore e violenza, è un modello narrativo molto utilizzato al giorno d’oggi, ma non è quello che io prediligo. Il motivo è presto detto: per donare al lettore più del semplice racconto di una vicenda, è fondamentale narrare la storia con occhi non giudicanti e facendo agire il protagonista in modo diverso da come ci si aspetta che faccia. Così facendo esce fuori qualcosa che, personalmente, ritengo di grande valore per il lettore.

Nel romanzo Rogoredo, il protagonista, che narra la storia in prima persona, è un ragazzo che vuol scrivere un libro sul mondo della droga e, per farlo, decide di conoscere e diventare amico di una ragazza tossicodipendente che frequenta il boschetto di Rogoredo. L’autore avrebbe potuto scrivere di un tipo che s’innamora di una ragazza drogata, o di uno spacciatore o, ancora, di un genitore che denuncia la figlia tossicodipendente, o delle guerriglie tra bande di spacciatori o, perché no, la storia di una coppia di giovani, entrambi tossicodipendenti. Invece narra la storia di un semplice ragazzo per bene che fa tutto quello che fa spinto da tre desideri:

  1. Osservare il mondo della droga da una distanza sufficientemente corta per poter scrivere un romanzo su quello, ma non tanto corta da scottarsi o restarci secco.
  2. Aiutare Martina, della quale non si innamora, ma aiuta in modo compassionevole e consapevole insieme.
  3. Tirar fuori delle risposte da tutto quanto ha osservato e scritto, e farne dono al lettore come spunto di riflessione.

L’autore parla del mondo delle droga senza bisogno di mostrare aghi di siringhe che s’infilano in vena (non sarei riuscita a leggerlo in quel caso, perché svengo al solo pensiero di aghi, vene e sangue). Se l’avesse fatto, avrei giudicato la sua storia “poco originale”.

L’autore non mostra niente di quanto ci si può aspettare, nemmeno la crisi di astinenza, raccapricciante, quando è in pieno corso. Proprio questo suo modo di narrare, stando al bordo e senza mai cedere alla tentazione di entrare nel marcio fino in fondo, mi fa definire il romanzo originale, piacevole e da far leggere ai giovani che credono si possa “provare una volta sola e poi smettere”, perché così non è, e il romanzo ce lo mostra molto bene questo.

Ho individuato quattro aspetti che fanno da fulcro alla vicenda: i soldi, il boschetto, i SerT, lo Stato.

L’autore, con grandissima finezza, fa capire che il problema della droga sarebbe facilmente risolvibile se si volesse, ma forse non si vuol risolvere. Come dargli torto? Mostra poliziotti che catturano pesci piccolissimi, definiti non a caso “agnelli sacrificali”, ma non i grossi, che pure sanno dove stanno e potrebbero prendere in qualsiasi momento. Nel romanzo si ipotizza che certi poliziotti prendano la stecca dai pesci grossi. Chissà…

Il romanzo fa riflettere molto perché non pone l’accento sugli spacciatori, ad esempio, ma sulle istituzioni. Così dev’essere! Il punto non è cosa fa o non fa uno spacciatore, infatti, ma cosa fa lo Stato nei confronti di spacciatori e drogati. Ebbene sembra che lo Stato Italiano abbia deciso che i delinquenti siano le povere vittime, drogati e piccoli spacciatori-drogati, che affollano le carceri così c’è sempre meno posto per i veri criminali di questo Paese, dico io.

Il boschetto di Rogoredo appare continuamente in scena assieme ai soldi, e compone con quelli la terna micidiale: soldi-boschetto-droga. Il boschetto è chiaramente un luogo che lo Stato ha scelto di tenere vivo. Serve il boschetto, o si avrebbero siringhe sparse ovunque agli angoli dei marciapiedi, una ad ogni metro, cosa che la gente non lo vuole vedere.

Quanta ipocrisia! Questo l’autore mostra anche nel suo romanzo.

Ancora, si parla dei centri SerT come luoghi che, forse, andrebbero gestiti diversamente e meglio. La sensazione è che ci sia più di qualcosa che non vada come dovrebbe nei SerT. E poi c’è lo Stato, con tutte le sue istituzioni, che appare fondamentalmente assente.

I messaggi che questo romanzo lancia ai giovani sono di grande valore, dal primo all’ultimo. Il modo in cui l’autore lo fa è delicato, quindi potente, di grande impatto. Ho apprezzato molto il profondo rispetto che trasuda da ogni pagina nei confronti di Martina, la ragazza tossicodipendente. Mi è sembrato che sia riuscito, per quel che ha potuto, a compensare un po’ alle umiliazioni che i poveri drogati subiscono ogni giorno da parte di tutti. E quando non è umiliazione, quello che subiscono è qualcosa di ancora peggiore, quasi sempre inimmaginabile.

Complimenti a Michele Agosteo per il gran bel romanzo che ha scritto.